Trauma e corpo: perché guarire richiede più della sola mente
ll legame tra trauma e corpo è qualcosa che imparo a conoscere sempre meglio, giorno dopo giorno. Più accolgo pazienti (meglio dire “viandanti”) nel mio studio di Torino,https://natalipsicologatorino.it/sabina-natali-psicologa-torino/ più seguo corsi, mi confronto con colleghi e leggo libri, più mi accorgo dei “limiti” che la terapia ha avuto nel corso della sua storia. Uno di questi riguarda sicuramente il ruolo del corpo nella cura: grande assente dal panorama terapeutico a favore della “sola mente” (o dei “soli pensieri”). Peggio ancora l’etichettare alcuni disturbi come “malattie psicosomatiche”, quasi che la psiche stesse da una parte e il “soma” dall’altra.
Quando la medicina non basta
La medicina non ha aiutato in tal senso. Chiedere diverse consulenze mediche, un po’ come pellegrini ai luoghi di culto, quando non si riesce a venire a capo di un malessere fisico, e sentirsi rispondere: “È solo stress” o peggio: “Ma lei ha una malattia psicosomatica“, non aiuta. Non fa che aumentare il senso di colpa di un malessere non solo non compreso, ma anche squalificato, quasi come se fossimo “matti” visto che la “causa fisica non esiste”.
Cosa dice la scienza: corpo e mente non sono separati
Per fortuna le ricerche sulla traumatologia (e non solo) nel corso del tempo sono aumentate di gran numero e ora ne sappiamo ben di più: conosciamo anche come trattare corpo e mente (spoiler: non esiste differenza).
Gli studi di Bessel van der Kolk
Bessel van der Kolk, nel suo libro “Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche”, spiega meglio alcuni aspetti attraverso decenni di studi e ricerche effettuati soprattutto sui veterani di guerra. Ciò vale per tutti noi, sia che abbiamo subito traumi che hanno messo in pericolo di vita noi o i nostri cari (eventi improvvisi come un incidente stradale o la diagnosi di malattia), sia per traumi relazionali che hanno riguardato soprattutto esperienze. Tutto ciò rimane all’interno del nostro corpo come memoria traumatica, fermo nelle nostre cellule e riattivato ogni qual volta vi sia un trigger che “aggancia” qualcosa che riguarda il passato.
Le emozioni non espresse si accumulano nel corpo
Un vecchio saggio afferma che le nostre malattie derivano da tutte le lacrime che non abbiamo pianto. Secondo la medicina cinese, nel nostro corpo esistono dei punti in cui si accumulano le emozioni che non abbiamo espresso. Questo succede tutte le volte che non permettiamo a noi stessi di esprimere come ci sentiamo. E con il passare degli anni questi punti si saturano, finché alla fine le malattie si esprimono negli organi (poiché il Qi rimane bloccato).
Il ruolo dell’amigdala nella risposta al trauma
In particolare, nel nostro cervello esiste un gruppo di cellule cerebrali (l’amigdala) che decide se una sensazione, un suono, un dolore possono essere o meno una minaccia. Il suo scopo è chiaro: deve avvisarci di un pericolo che è dietro l’angolo o attivare una risposta somatica allo stress. La sua risposta è rapida e automatica ed è aiutata dall’ippocampo, una struttura vicina che confronta l’informazione in entrata con le esperienze passate. Se l’amigdala riconosce una minaccia, ad esempio uno scontro con un veicolo, invia un messaggio istantaneo all’ipotalamo e al tronco dell’encefalo, che secernono l’ormone dello stress sollecitando il sistema nervoso autonomo a rispondere con tutto il corpo.
Come il cervello rivive il trauma a distanza di anni
Molti sono gli studi che hanno dimostrato che quando le persone traumatizzate sono esposte a immagini, suoni o pensieri che riguardano le loro esperienze, l’amigdala reagisce attivando uno stato di allarme anche anni dopo l’evento. Così si attivano una serie di ormoni e impulsi nervosi che alzano la pressione sanguigna, il battito cardiaco e preparano il corpo all’attacco/fuga.
Anche a distanza di anni le persone traumatizzate hanno grandi difficoltà a raccontare agli altri cosa sia accaduto loro. Il loro corpo rivive il terrore, la rabbia e l’impotenza così come l’impulso all’attacco/fuga, ma questi sentimenti sono impossibili da raccontare. E se il linguaggio non è disponibile, allora sono le immagini ripetute che ritornano sotto forma di incubi o flashback. Questo anche a distanza di molti anni dal trauma.
Quando qualcosa riporta le persone traumatizzate al passato, il cervello destro reagisce come se l’evento traumatico stesse accadendo nel presente, ma visto che la parte sinistra del cervello è come fosse bloccata, non sono in grado di rivivere e rimettere in atto il passato e si sentono effettivamente furiose, terrorizzate e arrabbiate. Non importa quanto siamo intelligenti, razionali o intuitivi: il nostro cervello razionale è come se fosse impossibilitato a parlare con la parte emotiva al di fuori della nostra realtà.
La neurocezione: percepire il pericolo dopo un trauma
Dopo un trauma, il mondo è visto attraverso una percezione alterata del rischio e della sicurezza. Porges ha coniato il termine “neurocezione” per descrivere la capacità di valutare il pericolo e la sicurezza nell’ambiente in cui viviamo.
Come si cura il trauma: il ruolo della relazione terapeutica
Quando lavoriamo con persone che hanno subito dei traumi, la grande sfida è quella di ricreare un sistema di neurocezione che non sia sempre in allarme. A partire proprio dalla relazione terapeutica.
Quindi non accontentatevi della frase: “È solo stress” o peggio: “Sarà una malattia psicosomatica”, perché il vostro corpo merita molta più attenzione.
È possibile dare cura a quei traumi, non solo per modo di dire.
Dott.ssa Sabina Natali Psicologa – Psicoterapeuta a Torino Corso IV Novembre 8, Torino Tel: 338/3052197 Email: info@natalipsicologatorino.it

