Su quali basi psicologiche funziona Tinder?
Come psicologa a Torino sento molte storie nel mio studio TERAPIA DI COPPIA.Così’ mi venuta una curiosità:
Quali sono le basi psicologiche sulle quali funzionano Tinder, Facebook e “le altre”?
Ora è abbastanza inutile che io vi citi qui i dati di quel 70% delle persone che legge le mail di lavoro entro 6 secondi dall’arrivo, o delll’utente medio che passa almeno 3 ore al giorno allo smartphone (e questo solo per citare la ricerca di Adam Alter, professore di marketing alla NYU e autore del libro “Irresistibile. Come dire no alla schiavitù della tecnologia”). Inutile perché in fondo siamo tutti utenti della rete e quindi ben la conosciamo.
Sono state addirittura messe in campo delle app per limitare l’uso delle app stesse (un ossimoro!). Con una di esse, ad es., il telefono si riempie di bolle (virtuali) ogni volta che lo apriamo, con un’altra possiamo limitare ad un certo numero l’utilizzo delle app maggiormente utilizzate e così di seguito.
Da poco è anche stata lanciata una moda che unisce ( virtualmente) i social media più famosi: Istagram, LinkedIn, Facebook, Tinder: il #doppypartonchallange. La musicista country 74enne Dolly Parton, dopo aver pubblicato le sue foto su 4 diversi social (Linkedin, FB, Istagaram, Tinder) ha scritto: “Trova una donna che sappia farle tutte“. Detto fatto. Provate a scrivere #dollypartonchallenge e vi si aprirà un mondo!
A questo punto la domanda appare banale e scontata: perché siamo diventati così dipendenti dal cellulare ma soprattutto da alcune applicazioni (Tinder ed i suoi cuginetti innanzitutto).
Do per scontato che chi legge ne conosca a grandi linee il funzionamento.
Cosa succede nel nostro cervello quando lo apriamo? Si sviluppa la dopamina, il cosiddetto neurotrasmettitore alla base delle emozioni positive. Già solo l’idea di ricercare un ipotetico partner permette a questo ormone di entrare in circolo e ciò fa si che… “più cè n’è meglio è”.
Il meccanismo, poi, non ha un segnale di stop, come ad esempio invece avviene per la sazietà.
Alla base di Tinder non sono implicate solo ed esclusivamente questioni ormonali.
Allora come è possibile che noi, esseri umani evoluti e dotati di raziocinio, ci facciamo fregare da degli stupidissimi tasti di un cellulare?
Semplice, perché dietro ci sono sviluppatori che “hanno studiato” e sanno esattamente come creare prodotti (virtuali ma non solo) che creano dipendenza.
Essi si basano sull’abitudine.
Anche qui un po’ di etimo, in questo caso psicologico, ci aiuta. Le abitudini sono “risposte comportamentali automatiche ad uno stimolo, sviluppate attraverso la ripetizione del comportamento in contesti coerenti tra loro” (Lally e Gardner, 2013).
Aggiungiamo inoltre che hanno una grande forza, se pensiamo che nei casi in cui la volontà e le abitudini siano in contrasto, il comportamento seguirà queste ultime. Di questo sono ben consapevoli gli sviluppatori di prodotti (e Tinder, FB, Instagram lo sono. tutti gli effetti). Questi ultimi per essere funzionanti devono sviluppare abitudini. Come si fa?
Sono necessarie tre componenti:
- Un TRIGGER che innesca l’azione;
- L’azione propriamente detta, che compiamo e dalla quale ci aspettiamo un premio;
- Il premio, che è quello che muove l’azione;
- L’investimento che il fruitore del prodotto fa e che gli assicura che il circolo si ripeta da capo.
- TRIGGER (o innesco) può essere esterno (ad es. le notifiche che riceviamo dal nostro cellulare), ma soprattutto interno. In quest’ultimo caso sono le emozioni soprattutto negative (rabbia, noia etc) che generano le abitudini più forti. Ad es. la coda alla posta sarà un buon momento per controllare i nostri profili.
- AZIONE. E’ ciò che facciamo in risposta allo stimolo. L’azione messa in atto dovrà essere il più semplice possibile.
Esiste addirittura una “formula” per spiegare ciò:
B(behavior)= MAT
- Motivazione: più forte e’ il disagio che proviamo più ci viene da trovare una soluzione.
- Abilità: Deve essere più facile possibile quindi minore e’ lo sforzo per fare qualcosa, maggiore sarà la probabilità di farla in futuro.
A questo punto siamo davanti a motivazione ed abilità quindi già’ altamente influenzabili ma, ciliegina sulla torta,…
- TRIGGER: lo stimolo di cui parlavamo prima.
3) PREMIO. Una grande sorpresa: a stimolarci più che ricevere il premio e’ attenderlo. La dopamina di cui parlavamo prima e’ secreta maggiormente quando fibrilliamo in attesa della foto e dei likes su Tinder, piuttosto che nel momento esatto in cui li riceviamo. È questo che ci tiene agganciati.
Inoltre se il premio fosse sempre lo stesso ben presto ci annoieremo. Infatti se ci pensiamo quando apriamo le app in realtà non sappiamo mai bene cosa ci troveremo di fronte. Per questo esse “vanno alla grande!”.
4) INVESTIMENTO. Linkedin è l’esempio migliore in questo caso. Se pensiamo di investire tempo (e a volte anche denaro) nella creazione di un profilo iniziamo a pensare che un prodotto sia maggiormente valido se siamo disposti a spenderci di più, ad esempio in termini di tempo.
Quindi chi ha studiato il meccanismo sopra spiegato lo ha fatto talmente bene che a volte si sviluppa addirittura una sindrome, identificata sotto il nome di Internet Addiction Disorder (IAD) da parte di Ivan Goldberg nel 1995.
Sono 7 i sui sintomi :
- – il bisogno di trascorrere un tempo sempre maggiore “in rete” per ottenere soddisfazione;
- – la marcata riduzione di interesse per altre attività che non siano internet;
- – lo sviluppo, dopo una diminuzione o sospensione dell’uso della rete, di agitazione psicomotoria, ansia, depressione, pensieri ossessivi su cosa accade on-line;
- – la necessità di accedere alla rete con più frequenza o per più tempo rispetto all’inizio;
- – l’impossibilità di interrompere o di tenere sotto controllo l’uso di internet;
- – il dispendio di grande quantità di tempo in attività correlate alla rete;
- – il perdurare dell’uso di internet nonostante la consapevolezza di problemi fisici, sociali, lavorativi o psicologici recati dalla rete stessa.
Non è questa la sede per addentrarmi in una sindrome così delicata e complessa. Ricordiamoci però cosa accade ogni volta che apriamo una app e siamone consapevoli, in modo tale da usare la tecnologia e non farci usare.
PS: Le informazioni su Tinder (non necessariamente solo lui) derivano dai pazienti che ho visto/vedo nel mio studio di Torino TERAPIA INDIVIDUALE. Da loro imparo sempre moltissime cose e per questo sono sempre loro grata.
Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
E-mail: info@natalipsicologatorino.it
Tel: 338/3052197

