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E se sbagliare qualche nota non fosse poi così male?

“Convincetevi di suonare bene e suonerete bene”. F. Chopin.

Nella musica classica (così come nello sport o comunque in tutte le attività nelle quali è richiesta un’alta performance) l’errore è da aborrire. Si lavora duramente proprio per non sbagliare e guai anche solo a sbavare una nota in concerto! Non deve assolutamente succedere, altrimenti… già ma a ben pensarci… altrimenti cosa?

la maggior parte dei musicisti che vedo nel mio studio di Torino sono tormentati dai loro errori sul palco. A loro dico: tornate per un attimo indietro ai vostri primi anni di studio dello strumento; ora andate al vostro ultimo concerto. Ne sono passate di note da allora eh? Se siete onesti con voi stessi, per quanto non vi siate piaciuti nella vostra ultima performance, non potrete sicuramente dire di non averne fatta di strada. E attraverso cosa siete passati se non attraverso l’errore? Esiste un termine tedesco, erfahren, che indica il sapere scoperto attraverso un processo di continua ricerca e sperimentazione. Anche la radice della parola esperienza deriva da lì.

Mettiamo per un attimo il piede nello sport (che poi tanto distante dalla musica a ben pensarci, non è). Nel 1994 si gioca la finale dei Mondiali Italia -Brasile. L’ultimo a tirare il rigore in situazione di assoluta parità è Roberto Baggio. Tutti sappiamo come è andata:l’Italia fuori dai Mondiali. Lui dirà:”I rigori li sbagliano quelli che hanno il coraggio di tirarli” che ai più potrebbe suonare come una giustificazione ma così non è. 

Ora torniamo alla musica classica. Se non aveste sbagliato al secondo-terzo anno di strumento (e a tutti quelli successivi) non avreste progredito. Se si sbaglia significa che si sta facendo esperienza, ci si sta evolvendo.

Il problema è la percezione che si ha dell’errore. 

L’”errore nell’errore” , quello veramente grave , si chiama ipergeneralizzazione, ovvero da una nota sbagliata iniziare a pensare/dire: ”Ecco, sbaglio sempre, mi trema sempre l’arco, non eseguirò mai più questo passaggio in modo corretto” e così di seguito. Notate i termini utilizzati: sempre, mai più….e mi fermo qui poiché ve ne sarebbero altri. Si generalizza, appunto, prendendo un errore a misura di tutto ciò che verrà dopo.

Sbagliare, in musica (e non solo) deve semplicemente ricordarci che stiamo evolvendo. Certo, sarebbe meglio non sbagliare magari proprio quando ci teniamo di più, ma se precedentemente non avessimo steccato milioni di volte adesso non staremmo sicuramente per salire sul palco a dare quel concorso.

Errare implica che abbiamo fatto esperienza ed ancora ne faremo.

Ciò che è realmente importante è differenziare tra:“Ho sbagliato tutto” e: “ho fatto un errore in quella battuta”, c’è una bella differenza! Infatti per la nostra mente, il passaggio tra: “Ho sbagliato tutto” a “sono tutto sbagliato” è veramente millimetrico. Quest’ultima affermazione ha a che vedere con la nostra autostima. Qui le radici sono necessariamente da ricercare nell’infanzia e nel modo in cui gli errori ed i successi sono stati affrontati dai nostri genitori e dai maestri che abbiamo incontrato. Molto probabilmente sono stati loro i primi a considerarci “tutti sbagliati” solo perché la performance non era giusta al primo colpo (ovviamente sto semplificando, ma per mancanza di spazio vi ricorro per trasmettere meglio il concetto). Il fatto che stiamo provando (nuove tecniche, nuovi archetti etc.) porta con sé inevitabilmente l’errore. Dobbiamo infatti ricordare che esso è parte integrante dell’azione. Se appendessimo il nostro archetto (o la nostra tastiera) al chiodo allora non commetteremmo più sbagli (se non quello di averci rinunciato!). Ma nel momento in cui agiamo allora sbagliamo.

Negli anni venti del secolo scorso un esperto di comportamento, Edward Thorndike, attuò una serie di esperimenti per studiare il comportamento. Pose in gabbie dei gatti incitandoli ad uscire con un’esca: un pezzo di pesce. Potevano uscire dalla gabbia solo attraverso una leva. Ma capire come azionarla dipendeva da prove ed errori: l’unica era “sbagliare per poi ricominciare” (come canta Battiato). L’esito finale fu che i gatti impiegarono sempre meno a uscire dalla gabbia, non perché ci avevano riflettuto ma perchè avevano fatto esperienza sbagliando appunto.

Infine l’errore ha una sorta di continuum. Non si sbaglia tutto il concerto e sempre. Imparare a dare un voto ai propri errori (gerarchizzandoli per importanza, o per motivazione ad esempio) potrebbe essere di aiuto.

Insomma l’errore ha in sé mille sfaccettature e soprattutto una sua “sporca utilità”. Bloccarsi solo per non sbagliare non è sicuramente la soluzione più adeguata. E se lo dice Chopin…!

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Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
E-mail: info@natalipsicologatorino.it
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