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Il valore del silenzio

Il silenzio è il maestro dei maestri perché ci insegna senza parlare.

Maurice Zundel

Non è un caso che questo articolo si intitoli: “Il valore del silenzio” infatti ho “fatto silenzio” dall’ultimo articolo scritto il 24 ottobre 2021, poiché per me è stata una necessità in questi anni dove il rumore fuori è stato a tratti assordante. 

IL SILENZIO NELLA STANZA DI TERAPIA

Altri non sono avvezzi a parlare perché nessuno ha mai prestato loro orecchio né in passato né tantomeno nel presente. Altri ancora attendono che quel loro silenzio sia colmato dalle parole del terapeuta che a volte, a onor del vero, anche lui fatica a trovare.

Anche i momenti privi di parole dei miei pazienti in qualche modo sono stranamente aumentati rispetto agli anni passati, quasi come se anche per loro fosse necessario un minor fluire di parole. L’attività professionale è però continuata, anche più di prima malgrado (o forse grazie…) all’assenza di parole. Non tutti i silenzi dei viandanti che approdano nel mio studio di Torino hanno lo stesso valore. Alcuni nascondono la difficoltà del dare parole alla profondità del dolore che hanno dentro, dolore che non sono neppure capaci di contattare per la sua dimensione. 

Sono quindi quei silenzi a parlare, con un linguaggio tutto loro che necessita semplicemente di essere decifrato. Per chi è avvezzo al suo silenzio interiore non è poi così strano o “imbarazzante” (perché purtroppo i silenzi sono spesso densi di imbarazzo) poichè altro non è che la manifestazione delle ferite dell’anima che richiedono una cura e un’attenzione delicata.

Per non parlare di tutti gli studi scientifici che sono stati condotti e dai quali si evincono gli effetti che il vivere e lavorare in ambienti più o meno rumorosi hanno anche su parti del nostro cervello (amigdala e corteccia cingolata in primis), oltre ad aumentare notevolmente la nostra risposta allo stress (già messa a dura prova dagli eventi della nostra quotidianità).

Il silenzio può essere usato anche come “arma”. Pensiamo a tutte le situazioni di coppia in cui uno dei due partner tace “per farla pagare all’altro”, per squalificarlo o addirittura “punirlo”.

IL SILENZIO NELLA VITA QUOTIDIANA

Ovviamente non di sola stanza di terapia si vive. 

空気を読む, Kuuki wo yomu può essere letteralmente tradotto dal giapponese come “leggere l’aria”. Ovvero capire quando è giusto oppure no parlare, se quello che diciamo potrà ferire l’altro o quando è bene dire qualcosa su qualche argomento di discussione o sarebbe meglio tacere. D’altro canto il giapponese (come buona parte della cultura orientale) apprende a coltivare il silenzio interiore per affrontare le traversie della vita e ricerca questa essenza dentro sé.

Fuori, nella vita reale, il silenzio spesso fa paura. Abituati a tenere sempre il cervello “connesso” (parola alla quale fino a pochi decenni fa non eravamo neppure in grado di attribuire un significato), ad avere dispositivi (a volte più d’uno contemporaneamente) sempre accesi o rumori di sottofondo, abbiamo paura del silenzio poiché con esso siamo in qualche modo costretti a riconnnetterci con noi stessi. 

A volte i miei pazienti mi pongono una domanda “di buon senso”: “Lei come fa a non farsi influenzare da tutte le storie tristi che ascolta?”. Rispondo con franchezza che, oltre agli strumenti che ci “hanno insegnato”, alla formazione, alle supervisioni ed alla terapia personale, ciascun terapeuta (che è in primis una persona) ha le sue strategie. Io lo faccio con il silenzio (e le camminate in natura, i libri, le relazioni). Solo tacendo riesco a (ri)centrami, (ri)trovando me ed il mio radicamento.

John Cage, compositore statunitense, creò un brano intitolato 4’33’’. L’istruzione data era quella di non suonare nulla per tutta la durata del brano. Il primo movimento dura 30 secondi, il secondo 2 minuti e 23 secondi ed il terzo 1 minuto e 40 secondi per una durata totale di 4’33’ appunto. Lo spartito non presenta note ma semplicemente la scritta “tacet”. L’aspetto interessante si basa sul fatto che, mentre l’uditorio avrà la percezione di silenzio, in realtà nella mente del compositore vi era quella di accentrare l’attenzione sui suoni dell’ambiente stesso, che non verranno percepiti dalla mente come dovrebbero. Inoltre essi variano a seconda del luogo in cui sono esperiti e del contesto.

Stare in silenzio non si esaurisce semplicemente nel non profferir parola. Esso parte da ciò ma poi scende via via sempre più in profondità. É proprio in quest’ultima che possiamo ritrovare la vera connessione con noi stessi e con il mondo che ci circonda, anche a rischio di apparire “contro – corrente”. Buon esercizio per iniziare è quello di fare una passeggiata in natura a ritmo molto lento, camminando come se andassimo al rallentatore e vedessimo tutto ciò che ci circonda per la prima volta: fiori, piante , insetti , paesaggi. 

  • Cosa succede dentro noi mentre facciamo tutto ciò?
  • Come stiamo?
  • Come ci sentiamo?
  • Riusciamo a “stare” o la nostra mente “vaga”. 

Un passo alla volta arriveremo anche ad amare il silenzio…

Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino.

C.so IV Novembre, 8.

E-mail: info@natalipsicologatorino.it

Tel: 338/3052197