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Cielo! Mia suocera!!!

“Il matrimonio è un peso che va sopportato in tre”. O. Wilde.

Quando incontro per la prima volta una coppia, nel mio studio di Torino, rimango sempre sorpresa dal fatto che uno dei due coniugi, all’improvviso (prima o dopo), tiri fuori la frase: “ Poi vogliamo parlare di sua madre (o padre) ovvero di mia suocera (o suocero)?”.  Qui la letteratura e la filmografia si sono prodigate in opere più o meno simpatiche sul tema: “La suocera, questa intrusa”. Ovviamente non pretendendo di essere esaustiva, provo ad analizzare brevemente le radici del problema (riservandomi di riprenderlo in articoli successivi).

Jay Haley intende la famiglia come “ciclo vitale”, un processo evolutivo a cui partecipa ciascuno dei suoi membri.

I “passaggi” o “eventi critici” legati al ciclo familiare secondo Haley, sono:

  • il periodo del corteggiamento;
  • il matrimonio o formazione della coppia;
  • la nascita e l’ educazione dei figli;
  • il periodo centrale del matrimonio con il problema della reciproca emancipazione tra genitori e figli (fase dello svincolo);
  • il pensionamento e la vecchiaia.

La premessa più importante per la riuscita di un rapporto a due, basato sull’ emozionalità e sulla sessualità, è l’identità. Per Erikson diventa “possibile una vera intimità solo dopo aver raggiunto un senso abbastanza sicuro di identità”. Un giovane adulto con un’identità relativamente stabile, cioè con la fiducia che “l’unitarietà e la continuità che gli altri vedono in lui corrisponda alla propria capacità di mantenere una unitarietà e continuità interna”, non avrà timore di entrare in una relazione stretta e intima.

Al contrario, senza un’identità stabilità, il giovane adulto deve temere di essere assorbito dal partner e di non potersi “realizzare” o di non poter vivere un rapporto alla pari (con i conseguenti giochi di potere all’interno della coppia).

Il legame tra genitori e figli è altresi’ fondato su sentimenti di obbligazione ed è fonte quindi di vincoli reciproci. In ogni famiglia, cioè, ci sono aspettative reciproche (Boszormenyi Nagy-Spark, 1973) che sono alla base di un sistema di lealtà reciproche, organizzato in modo da favorire la restituzione di ciò che si è ricevuto, in termini sia positivi, sia negativi.

Uno dei rischi del giovane adulto, nel processo di differenziazione dalla famglia d’origine, è che l’attaccamento nei confronti dei genitori non si evolva negli anni in forme comunicative mediate simbolicamente e si manifesti sempre con modalità simbiotiche, che compromettono l’autonomia personale dei soggetti coinvolti.

Può, inoltre, accadere che l’obbligo di lealtà verso i propri genitori (lealtà verticale) si scontri con quello nei confronti di partner, fratelli o amici, vale a dire con forme di lealtà instaurate successivamente dai figli adulti (lealtà orizzontale), ma ugualmente molto importanti nel processo di identificazione personale del soggetto, che deve riuscire a superare le barriere intergenerazionali (Williamson, 1982).

In tutti questi casi, la qualità della relazione sarà scarsa ed elevate le occasioni di insorgenza di conflitti che comprometteranno le condizioni di benessere generale dei diversi membri della nuova coppia. Quei genitori che non sono stati in grado di tollerare l’autonomia del figlio (o della figlia) metteranno in atto comportamenti che porteranno a creare sensi di colpa e a tenere il figlio invischiato nella famiglia d’origine.

Ecco quindi i casi dei genitori per i quali la fidanzata del figlio non va mai bene e non è mai “abbastanza” (bella, ricca, capace di cucinare etc). Essi, non tollerando la separazione del figlio, ne boicottano la riuscita affettiva in una nuova famiglia. Se poi proprio il piano di boicottaggio prima della creazione di una nuova coppia fallisse, c’è sempre il “piano B” ovvero fare ostruzionismo dopo: invadere gli spazi della coppia, modificarne le abitudini anteponendo i propri bisogni e facendo leva sui sensi di colpa, non rispettarne i confini “mettendo zizzania”.

Ovviamente tutto ciò non può che nuocere alla coppia appena formata ed ecco allora recriminazioni reciproche, fastidi, ricatti affettivi più o meno velati.

Così la suocera entra inevitabilmente anche in stanza di terapia, collocandosi su quella “sedia vuota” tanto cara ai terapeuti sistemici. Il fine in questi casi consiste nel rimettere ordine nei confini della nuova coppia per arrivare, metaforicamente parlando, a ciò che è scritto su una iscrizione funeraria a Tarquinia:

“Ed ora che mia suocera qui giace,

lei non lo so ma io riposo in pace”.

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Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
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