Quando ci mettiamo i bastoni tra le ruote da soli.
“Non preoccuparti se gli altri non ti apprezzano. Preoccupati se tu non apprezzi te stesso”. Confucio
Mi piacciono molto le storie zen. Trovo che in esse siano racchiuse grandi verità, pronunciate con parole semplici ed efficaci. Le uso in terapia, ogni qual volta me ne si offre l’occasione.
In questi giorni mi è capitato di riprenderne una, la rana bollita, che avevo letto molto tempo fa, utilizzata dal filosofo americano Noam Chomsky, per spiegare come quelle società e quei popoli che sopportano passivamente la scomparsa dei valori ed il degrado, di fatto ne accettino anche la deriva. Ve la propongo per ragionarci da un altro punto di vista.
Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana.
Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare.
La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa.
L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita.
Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.
Fuor di metafora…tutti noi siamo “rane un po’ bollite” senza neppure accorgercene. Ci adattiamo alla realtà circostante, alle abitudini, anche quelle negative, anzi ce le andiamo proprio a cercare. Esse infatti rappresentano la nostra zona di confort, un “luogo sicuro” parafrasando Winnicot, dove potersi rifugiare quando tutto intorno prende una piega sbagliata o minaccia tempesta. Ciascuno ha le sue: chi va a correre, chi pulisce armadi in modo più o meno ossessivo, chi si mette a restaurare mobili…(al proposito…quale è la vostra?). Vanno tutte bene, anzi sono sane se prese a piccole dosi ed utilizzate correttamente. I guai iniziano quando diventano schemi da cui non riusciamo a fuggire, obblighi che ci auto – imponiamo o addirittura vere e proprie ossessioni. Vorremmo cambiare ma non riusciamo perché ritorniamo automaticamente “li”, a quelle abitudini tanto rassicuranti. E così… “la dieta la inizio lunedì”, “in palestra mi iscrivo il mese prossimo” e chi più ne ha più ne metta. Finisce così che vorremmo cambiare ma solo a parole. Ci “auto sabotiamo“, detto in altri termini ci mettiamo il bastone tra le ruote da soli.
Come uscirne? Un certo Sean Stephenson, nato con una patologia genetica chiamata osteogenesi imperfetta (le sue ossa sono talmente fragili che il più leggero tocco le può rompere), nel suo libro “Get off your but” elenca una serie di tecniche per evitare di mettersi i bastoni tra le ruote da soli(vele scrivo , ben consapevole del mio pensiero sui vademecum, a tal proposito si veda l’articolo: “Come vincere l’ansia da palco in 5 mosse”).
- Mettere a tacere i “ma” che rappresentano: paura, insicurezza e scuse.
Qualche esempio: “Vorrei smettere di fumare ma mi rilassa”, “Vorrei andare in palestra ma non ho tempo”.
Non sono altro che modi per non arrivare a un obiettivo.
Mettiamoci davanti allo specchio e rispondiamo ad un quesito molto semplice: ”Se raggiungessi questo obiettivo cosa cambierebbe nella mia vita?” oppure: “Quale vantaggio secondario ho nel continuare a comportarmi in questo modo?”. Non barate (o almeno non fatelo con voi stessi) perché un vantaggio secondario c’è sempre.
Se le domande che ci poniamo sono quelle corrette, le risposte serviranno a migliorarsi. Soprattutto se pensiamo di avere il controllo su ciò che facciamo Ad es., raggiunto un risultato (negativo) non dobbiamo dirci: “Perché capita sempre a me? Sono sfortunato, impedito…”. Se ragioniamo in questo modo tutta la responsabilità sarà al “caso” (causa esterna incontrollablile). Proviamo invece a dirci: ”Perché non ho raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissato?”. “Quale comportamento mi ha deviato?”. In questo modo riprenderemo il controllo sulla situazione e penseremo in modo più costruttivo.
2)Focalizzarsi solo sul negativo.
La tendenza è focalizzarsi solo ed esclusivamente su aspetti negativi. Ecco un giochino molto simpatico che potete fare per smascherare questa tendenza. Trovate un buon amico e chiedetegli di annotarsi mentalmente ciò che nella stanza è blu. Poi fategli chiudere gli occhi e chiedetegli di descrivervi ciò che era verde. Vi guarderà stupito asserendo di non poterlo fare perchè gli avete detto di focalizzarsi su un altro colore, non il verde!
Ecco, questo capita quando cerchiamo di auto sabotarci: vediamo solo gli aspetti negativi, e ci focalizziamo solo su quelli.
3)Attenzione a chi si frequenta.
Anche la nostra rete ha un ruolo fondamentale in tutto ciò. E’ bene evitare di circondarsi di persone che tendono a oliare gli ingranaggi del nostro sabotagggio interiore, anziche aiutarci a eliminarlo. Sembra una banalità ma così non è.
Certo per farlo bisogna essere passati attraverso il processo di consapevolezza di esserci immersi fino al collo, oltre a tutta un’altra serie di “cosucce” neppure di poco conto, ma questa della rete sociale che ci sta intorno è uno dei tasselli più importanti di questo ingranaggio.
Per riuscire in tutto ciò avete un valido alleato: uno psicoterapeuta grazie al quale aiutare quella rana a uscire fuori dal pentolone prima di ritrovarla…bollita!

