La coppia “telepatica” ovvero quando aspetti che l’altro/a capisca da solo. Le aspettative non dette che uccidono l’amore
“Se mi amasse davvero, capirebbe cosa mi serve senza che glielo dica.”
Quante volte nel mio studio di psicologa e psicoterapeuta a Torino ho sentito pronunciare questa frase?
O varianti simili…: “Dovrebbe sapere cosa mi fa stare male”, “Se ci tenesse a me, si ricorderebbe”, “Non glielo dico perché dovrebbe essere ovvio”.
Sono le aspettative non dette. Quelle convinzioni silenziose che portiamo dentro come fossero verità universali, sperando che l’altro le intuisca, le capisca, le soddisfi. Perché l’altro, si Sto arrivando!, se sta con noi deve essere telepatico.
Il problema? Non funziona così. E quando queste aspettative vengono deluse (e prima o poi succede sempre), si aprono voragini: rabbia, risentimento, delusione profonda. “Non è la persona che credevo.” “È cambiato.” “Non mi ama abbastanza”.
Così ci riferiamo all’altro. Ma ci siamo mai chiesti se quella cosa noi l’abbiamo veramente comunicata in modo chiaro ed oltre ogni ragionevole dubbio?
Da dove nascono queste aspettative silenziose?
Per capirlo dobbiamo fare un salto indietro. Molto indietro. Nella nostra infanzia.
Lo psichiatra britannico John Bowlby, negli anni ’50, ha elaborato quella che oggi chiamiamo teoria dell’attaccamento. In sostanza, ha dimostrato che il modo in cui ci relazioniamo da bambini con le nostre figure di accudimento (di solito i genitori e non solo la mamma) plasma profondamente il modo in cui ci relazioneremo da adulti all’interno delle nostre relazioni intime.
Non è solo questione di “aver avuto una bella infanzia” o meno. È proprio un sistema che si installa nella nostra mente, un insieme di schemi inconsci che Bowlby chiamava “modelli operativi interni”. Sono come delle mappe mentali che ci dicono:
- Come funzionano le relazioni;
- Quanto sono affidabili le persone che amiamo;
- Se meritiamo o meno di essere amati;
- Cosa possiamo o non possiamo aspettarci dall’altro
E qui arriva il punto cruciale: questi modelli sono in gran parte inconsci. Li abbiamo assorbiti attraverso migliaia di micro-interazioni verbali e non verbali più o meno esplicitate, con chi si prendeva cura di noi. Non li abbiamo scelti razionalmente. Eppure governano silenziosamente le nostre aspettative nelle relazioni adulte.
Il “pensiero magico” nelle relazioni (ovvero la telepatia).
Ricordate quando eravate bambini e pensavate che i vostri genitori potessero leggervi nella mente? Oppure quando la maestra a scuola vi diceva: “ti vedo sai?” E voi vi chiedevate come potesse fare se guardava avanti e voi eravate dietro di lei…
Ma alcuni di noi non hanno mai smesso di crederci.
Tendiamo a guardare al partner come a quella persona che dovrebbe intuire (per non dire che dovrebbe sapere esattamente per filo e per segno) cosa ci serve, esattamente come (forse) facevano i nostri genitori quando eravamo piccoli e non sapevamo ancora esprimerci con le parole.
Ma c’è un problema: il partner non è nostra madre (o almeno non dovrebbe neppure lontanamente assomigliare, stessa cosa vale per il babbo). E soprattutto, non ha passato anni a decodificare ogni nostro pianto, ogni nostro gesto, ogni nostra espressione.
Eppure ci aspettiamo che “capisca”. Che sappia. Che intuisca. E lo pretendiamo addirittura.
E quando non lo fa, lo viviamo come un tradimento. “Se mi amasse davvero, lo saprebbe.”
Cosa succede quando le aspettative restano non dette
Immaginate questa scena. Lei torna a casa stanca dopo una giornata pesante. Spera che lui le chieda com’è andata, che le prepari la cena, che le faccia sentire che ci tiene. Lui invece è sul divano con il telefono, le dice “Ciao” distrattamente e torna a guardare lo schermo.
Lei si sente ignorata. Invisibile. Non amata.
Lui, dal canto suo, non ha idea di cosa sia appena successo. Pensa di aver fatto quello che fa sempre. Per lui va tutto bene.
La distanza si allarga. Lei inizia a costruire una narrativa: “Non gli importa di me.” “Non mi vede.” “Forse non mi ama più.”
Lui percepisce che c’è qualcosa che non va, ma non capisce cosa. Si sente accusato di qualcosa che non ha fatto.
E il ciclo continua. Settimana dopo settimana. Mese dopo mese.
Finché un giorno uno dei due esplode. O peggio: smette di aspettarsi qualcosa. Si rassegna. E la relazione diventa un guscio vuoto.
Il “dovrebbe” che avvelena l’amore
Nel mio lavoro di terapeuta di coppia, ho notato che una delle parole più pericolose nelle relazioni è : “dovrebbe”:
- “Dovrebbe ricordarsi del mio compleanno”.
- “Dovrebbe capire che ho bisogno di stare da sola”.
- “Dovrebbe sapere che quella cosa mi dà fastidio.”
- “Dovrebbe essere come lo era all’inizio”.
Il “dovrebbe” è insidioso perché nasconde un’aspettativa che diamo per scontata, universale, ovvia. Ma non lo è affatto.
Quello che per me è ovvio (perché riflette la mia storia, i miei valori, le mie ferite) può essere completamente invisibile per te. E viceversa.
Il “dovrebbe” crea un contratto invisibile che solo una delle due parti ha firmato. E quando questo contratto viene “violato”, nasce la delusione. Il rancore. La distanza.
Il ruolo dell’attaccamento insicuro
Non tutti hanno la stessa facilità nel comunicare le proprie aspettative. E qui torniamo alla teoria dell’attaccamento.
Mary Ainsworth, collaboratrice di Bowlby, ha identificato diversi “stili di attaccamento” che si sviluppano nell’infanzia e che portiamo con noi da adulti:
- Attaccamento sicuro: Chi ha avuto genitori presenti, coerenti, disponibili tende a sviluppare fiducia nelle relazioni. Queste persone riescono a esprimere i propri bisogni con maggiore facilità, senza sentirsi “troppo bisognosi” o “troppo pretendenti”.
- Attaccamento ansioso-preoccupato: Chi ha avuto genitori imprevedibili, a volte presenti a volte assenti, sviluppa un’ansia costante nelle relazioni. Queste persone hanno moltissime aspettative ma faticano a comunicarle chiaramente, perché temono di essere abbandonate o rifiutate. Sperano che l’altro “dimostri” il suo amore intuendo ogni loro bisogno.
- Attaccamento evitante: Chi ha avuto genitori freddi, distaccati o che sminuivano i bisogni emotivi, impara a “non chiedere mai”. Queste persone tendono a minimizzare le proprie aspettative, a dire “non ho bisogno di nulla”, anche quando in realtà soffrono in silenzio.
La ricerca dimostra che tendiamo a scegliere partner che confermano le nostre aspettative inconsce, anche quando queste aspettative sono negative. Ricerchiamo ciò che ci è familiare, anche se non ci fa bene. In fondo il nostro cervello si dirige là dove si sente “al sicuro” sebbene quel posto così sicuro non lo sia proprio sempre.
Come uscire dalla trappola delle aspettative non dette
La buona notizia? Si può cambiare. Non è facile, ma è possibile. Ecco cosa funziona davvero:
1. Riconoscere le proprie aspettative. Il primo passo è diventare consapevoli. Quando ti accorgi di provare rabbia o delusione verso il partner, fermati e chiediti: “Cosa mi aspettavo esattamente? L’ho comunicato chiaramente?”
2. Smettere di usare il “dovrebbe”Ogni volta che ti accorgi di pensare o dire “dovrebbe”, sostituisci con “vorrei”. Non “Dovrebbe capire che ho bisogno di tempo per me”, ma “Vorrei comunicargli che ho bisogno di tempo per me”. Cambia tutto.
3. Comunicare con esempi concreti. Non dire “Vorrei che fossi più presente”. È troppo vago. Prova invece: “Quando torno a casa stanca, mi farebbe molto piacere se mi chiedessi com’è andata la giornata e se mi abbracciassi per qualche minuto prima di fare altro.” Concreto. Chiaro. Realizzabile.
4. Accettare che l’altro non è un lettore della mente. Nessuno può intuire tutto. Nemmeno chi ci ama profondamente. Non è un segno che l’amore sta finendo. È semplicemente… essere umani.
5. Distinguere bisogni legittimi da ferite del passatoA volte quello che chiediamo al partner è legittimo. Altre volte, stiamo chiedendo di “riparare” qualcosa che si è rotto molto prima, con qualcun altro. Un lavoro su se stessi (magari con l’aiuto di uno psicoterapeuta) può aiutare a distinguere.
Quando le aspettative diventano pretese
Attenzione però: comunicare le aspettative non significa pretendere che vengano soddisfatte sempre e comunque.
Una relazione sana non è quella in cui uno dei due si piega costantemente ai desideri dell’altro. È quella in cui entrambi possono esprimere ciò che vogliono, negoziare, trovare compromessi, a volte dire “Non posso darti questo, ma posso darti quest’altro”.
Se comunichi chiaramente un bisogno e l’altro ripetutamente lo ignora o lo minimizza, allora il problema non è la comunicazione. È la relazione stessa che va messa in discussione.
Ma prima di arrivarci, vale la pena provare a parlare davvero. Senza aspettarsi che l’altro indovini.
Il lavoro terapeutico può aiutare?
Durante la terapia di coppia https://natalipsicologatorino.it/terapia-di-coppia-psicologo-torino/, una parte importante del lavoro è proprio questa: portare alla luce le aspettative invisibili. Quelle che nessuno dei due ha mai verbalizzato, ma che condizionano ogni interazione.
A volte scopriamo che i partner si aspettano cose completamente diverse dalla relazione, senza esserselo mai detto chiaramente. Uno cerca intimità emotiva, l’altro stabilità pratica. Uno vuole essere “sfidato”, l’altro cerca pace.
Nessuno ha ragione o torto. Sono solo mappe diverse della realtà, modellate da storie diverse.
Il lavoro terapeutico aiuta a imparare a parlare invece che aspettare.
In conclusione
Le aspettative non dette sono veleno per le relazioni. Non perché le aspettative in sé siano sbagliate, ma perché il silenzio che le circonda crea distanza, incomprensioni, risentimento.
Se vi riconoscete in queste dinamiche, se vi accorgete di aspettarvi cose dal partner senza mai comunicarle chiaramente, forse è il momento di fare un passo indietro e chiedervi: “Da dove viene questa aspettativa? È realistica? L’ho mai veramente espressa?”
E se la risposta è no, provate a farlo. Con chiarezza. Con gentilezza. Ma fatelo.
Perché l’amore non è telepatia. L’amore è dialogo. Continuo, imperfetto, ma autentico.
Non affrontate tutto da soli. Se vi accorgete che comunicare le aspettative è difficile, o che il partner non riesce ad ascoltarle, o che vi ritrovate sempre nelle stesse dinamiche frustranti, potrebbe essere utile chiedere aiuto a un terapeuta di coppia.
A volte serve uno spazio neutro, dove entrambi potete sentirvi ascoltati senza giudizio, per ricostruire quel dialogo che si è perso.
Sabina Natali
Corso IV Novembre 8, Torino.
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